akrasia: quando sappiamo cosa è giusto ma facciamo il contrario
Dipendenze, inconscio e la via del respiro
Questo articolo è un estratto. Leggi sul sito di Fiorella Costanza l’originale
Il paradosso del sapere e non fare
C’è un momento, nella vita di quasi tutti, in cui ci si trova a fare qualcosa che si sa essere sbagliato. Non per ignoranza: si sa. Eppure si fa lo stesso. Questo fenomeno ha un nome antico: akrasia, dal greco “mancanza di dominio su se stessi”. Non è una patologia rara né un difetto caratteriale: è uno spettro continuo che include la procrastinazione, le dipendenze, i comportamenti autolesivi, le relazioni disfunzionali a cui si continua a tornare. Alle sue estremità troviamo le dipendenze conclamate, ma lungo il suo percorso ci siamo quasi tutti — chi scorre i social sapendo che lo lascia svuotato, chi litiga sempre nello stesso modo, chi rimanda ciò che si era promesso. Le forme lievi sono talmente integrate nella vita quotidiana che smettono di essere riconoscibili come problema: diventano semplicemente “come siamo”.
Il cervello diviso e le radici profonde
Le neuroscienze spiegano l’akrasia come uno squilibrio tra sistemi cerebrali che perseguono obiettivi diversi. La corteccia prefrontale — sede del ragionamento e della pianificazione — è la parte che “sa”. Le strutture limbiche più antiche gestiscono la ricompensa immediata e le risposte automatiche. In condizioni di stress o attivazione emotiva, queste ultime tendono a prevalere: la risposta impulsiva precede, o bypassa, la valutazione consapevole. Nelle dipendenze questo squilibrio si radicalizza: la ripetizione ri-cabla letteralmente i circuiti neurali, rendendo i pattern automatici sempre più veloci e la capacità inibitoria progressivamente più debole.
Non si tratta di mancanza di volontà nel senso morale: si tratta di strutture cerebrali modificate dall’esperienza.
La psicologia transpersonale aggiunge un livello ulteriore: molti comportamenti akratici sono sintomi di materiale psichico irrisolto — traumi non elaborati, emozioni soppresse, bisogni fondamentali non soddisfatti — che continua a esercitare la sua influenza dal di sotto della soglia della coscienza ordinaria. Da questa prospettiva, la forza di volontà da sola non basta: agisce sulla superficie di processi che hanno radici molto più profonde.
La Respirazione Olotropica: scendere dove risiedono i pattern
La Respirazione Olotropica, sviluppata dallo psichiatra Stanislav Grof, è un metodo di autoesplorazione e guarigione che agisce esattamente a quel livello profondo. Attraverso il respiro accelerato, la musica evocativa e il lavoro corporeo, induce stati non ordinari di coscienza che consentono l’emergere spontaneo di contenuti — memorie, emozioni, immagini, sensazioni — normalmente inaccessibili alla mente ordinaria. Il nome stesso lo dice: “holotropos”, diretto verso la totalità.
Ciò che rende questo metodo rilevante in relazione all’akrasia è la sua capacità di raggiungere ciò che il pensiero analitico non riesce a toccare. La mente può sapere, ma il corpo continua a fare: i ricordi traumatici e i pattern emotivi profondi sono conservati nel corpo — come tensioni, attivazioni, risposte automatiche — più che come narrazioni verbali. La respirazione olotropica lavora su quel substrato somatico, consentendo un’elaborazione che bypassa le difese cognitive. Non è un processo guidato o interpretativo: è la psiche stessa che, in quello stato espanso, individua ciò che ha bisogno di essere visto e integrato.
Non eliminare, ma integrare
L’akrasia ci invita a una domanda scomoda: chi sta davvero decidendo, quando “io” decido? Dentro di noi coesistono più voci, più sistemi, più strati di esperienza che non parlano la stessa lingua. Il percorso non è quello di imporre la volontà consapevole sulle parti ribelli, ma di creare un dialogo tra questi livelli: portare alla luce ciò che opera nell’ombra, comprendere quale bisogno si esprime sotto ogni comportamento che vorremmo cambiare. La Respirazione Olotropica non è una soluzione rapida. È un invito a scendere in profondità, a fare contatto con dimensioni di sé che la vita ordinaria tende a tenere fuori dalla porta. Ma è proprio lì che spesso risiedono le risposte che la superficie non riesce a dare. [leggi tutto]